Specchi neri
19/08/2026Quante notti, alcuni di noi, hanno passato davanti a uno schermo? Osservando i pixel, quanto più vicino possibile, ci si può rendere conto dello spazio vuoto che si presenta nel mezzo. Il rumore elettrico che si propaga e si traduce in calore, luce, per formare parole, per formare immagini, per diventare suoni. E quando si va a dormire resta solo il nero riflesso del mondo che si spegne.
minecraft beta 1.7.3
qualche notte fa
Negli ultimi giorni, sempre in piena marea di questa nostalgia, mi sono trovato a giocare
a una versione abbastanza vecchia di Minecraft: la beta 1.7.3 (8 luglio 2011).
L'ultima versione prima del noto Adventure Update
, ovvero quell'aggiornamento, per intenderci,
che ha aggiunto meccaniche oggi date per scontate, come la corsa e la fame.
Oltre che essere un noto punto di spacco dato il significativo cambio di direzione che il gioco ha preso di lì in poi.
Nel nostro sogno collettivo ciò che Minecraft rappresentava nel 2011 era la novità di un gioco indie,
con una formula semplicissima, che catturava e rifletteva, in qualche modo, il futuro. Anziché
riassemblare una qualsiasi altra forma già comprovata e moderna, Notch - l'autore originale del gioco -
rischiava, forse anche solo per impulsività, di giocare con le idee. Questo risalta dai suoi
ragionamenti quando dice, parafrasato: Avevo dubbi
sull'aggiungere le scale nel mio gioco in quanto non le ritengo personalmente divertenti
.
creeper - minecraft beta 1.7.3
qualche notte fa
Oppure basti pensare all'origine del Creeper, il nemico di primo ordine in Minecraft, quello che si potrebbe dire essere la mascotte, a tutti gli effetti, del gioco. Questa creatura, avvicinandosi al giocatore, esplode distruggendo i blocchi nel suo raggio d'azione. Può essere particolarmente fastidioso quando ci si trova vicino a delle proprie creazioni e in generale rappresenta un rischio di perdere oggetti ottenuti tramite ore di impegno.
Ebbene, inizialmente doveva essere il modello 3D del maiale minecraftiano, ma ci furono degli errori nella sua visualizzazione. Comparve su schermo, per la prima volta, un maiale in piedi con le zampe tutte vicine alla base. Da queste forme bizzarre nacque così l'idea di sviluppare questo iconico nemico.
Eppure, nonostante avesse senso avere un elemento così distintivo, più in là negli anni sarà Jeb, co-creatore di Minecraft ad ammettere che con le regole moderne di sviluppo non avrebbero molto probabilmente aggiunto questo mostro. Anche Notch si dimostrerà pubblicamente favorevole a questa analisi. Citando, di nuovo, il "non divertente". Opinione alquanto controversa considerato lo status di mascotte del mostriciattolo verde. Sarà forse che diventando un fenomeno pubblico anche Minecraft stava dimenticando la propria identità? Da videogioco indie a retrospettiva in giacca e cravatta.
In ogni caso, a livello personale riconoscevo come punto di forza del Minecraft "originale" la sua funzione di esperimento creativo di gruppo. Non si sapeva dove si sarebbe finiti, cosa avrebbero riservato per noi i prossimi aggiornamenti. Cosa si celava, la prima volta che si entrava in quei mondi, all'interno delle caverne che coloravano lo schermo di nero.
Questo comunque resta lo schema ricorrente di tutti questi ultimi decenni. Da Internet ai social media e fino ai giochi multiplayer massicci online: cerchiamo le nostre risposte nelle novità che fanno da simbolo per il futuro. Almeno fin quando l'illusione regge e non ci si rende conto di star camminando su degli specchi incrinati.
Forse è proprio qui che si cela uno dei nostri primi errori. Credere che sia la novità, necessariamente, a fornirci di un significato: qualcosa che aumenta le percezioni e materializza dei collegamenti percorribili davanti a noi. Eppure non è sempre così. La novità non si mappa direttamente alla nostra identità. Sono aspetti diversi che vanno riconciliati. Mi chiedo: come si opera questa trasformazione nei tempi moderni?
Ora, sebbene i mondi virtuali non siano direttamente calpestabili, è sempre abbastanza strano tornare a un'opera videoludica dopo tanti anni. Come per un bug dell'universo ci si ritrova a essere dove eravamo già stati tanto tempo prima, senza cambiamenti e in un'istantanea cristallina rispetto quello che dovrebbe essere il nostro ricordo. Ciò però richiede un chiarimento: le memorie sono malleabili e negli anni possono perdere di precisione. Stiamo quindi avvicinandoci all'idea che i bit informatici sono più affidabili dei nostri neuroni, almeno per quanto riguarda l'integrità delle informazioni.
Curioso dover affermare questo dato il fondale sul quale timidamente ci posiamo: dall'era dell'informazione nuotiamo verso l'era della disinformazione. La qualità di Internet si abbassa sempre più e trovare contenuti decisamente umani diventa più difficile. Tanto che ultimamente ho sperimentato col fare ricerche bloccate a un determinato intervallo cronologico in modo da fuggire dall'incessante ticchettio dei modelli predittivi di testo ormai usati per generare interi siti. Avevano forse ragione i nostri famigliari a intimarci di non fidarci di ciò che viene scritto sul web? Wikipedia, in confronto, adesso gli sembrerà un paradiso.
Una cosa è certa: il paradigma di fiducia è stato rotto e così come si è passati dalle trasmissioni in chiaro su TCP ai tunnel criptati della TLS serviranno sempre nuove mitigazioni per i rischi del nuovo mondo.
Le informazioni vanno oggi più che mai filtrate, riorganizzate, digerite e armonizzate tramite un significato. Non basta diventare degli accumulatori.
Prima di fare ciò, però, dovremmo capire cosa significa essere umani, chi siamo e cosa motiva le nostre azioni. Gli schermi sono rimasti accesi per troppo tempo, con medie di utilizzo sempre in crescita e i pixel non sono più una espansione della nostra identità, ma interessi di business e "mucche da soldi". Sarà forse per questo che oggigiorno viene difficile guardarsi allo specchio? Anziché puntarci contro l'ennesima fotocamera partiamo dall'osservare il nostro riflesso in uno schermo lasciato spento. O, in alternativa, passeggiamo fra qualche bit dimenticato.
Quindi sebbene al momento non abbia una risposta definitiva rispetto a una "soluzione" per la crisi identitaria dei nostri tempi (e magari ce n'è più di una) penso nel profondo che per poter andare avanti, a volte, bisogna tornare indietro per capire cosa si è dimenticato. Muovendoci fra le macerie potremmo renderci conto di possedere finalmente gli strumenti per crearci delle nuove fondamenta. Questa è la mia speranza.